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L’Annunciazione di F. Mochi
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L'Annunciazione di Francesco Mochi

Duomo di Orvieto, Annunciazione di F. Mochi, XVI sec.

 

Per quasi tre secoli, l’Annunciazione di Francesco Mochi aveva abbellito l’interno della cattedrale insieme alla numerosa serie di ben 24 splendide sculture commissionate, tra il 1552 e il 1729, dall’Opera del Duomo per valorizzare lo spazio liturgico del Tempio cittadino ed esprimere concretamente la devozione della comunità orvietana. Alla fine dell’Ottocento, restauri di matrice purista destinarono il capolavoro del Mochi e le monumentali statue di Apostoli e Santi Protettori a un esilio protrattosi fino a oggi. Il ritorno nel Duomo di Orvieto del ciclo scultoreo rappresenta quindi un evento epocale nella storia del restauro e una straordinaria restituzione. Dopo l’Annunciazione, entro il 2019 il progetto di riposizionamento delle statue si completerà con l’Apostolato.

Le statue furono più volte movimentate. Alcune vennero realizzate a Orvieto, altre arrivarono da Roma. Nel 1897 avvenne il primo trasferimento delle statue dal Duomo al piano superiore di Palazzo Soliano, dove vennero collocate insieme ad altre opere e lì rimasero per molti anni. Dopo questo momento particolarissimo, nel 1989 le statue ingabbiate vennero trasferite nei sotterranei del Duomo dove sono rimaste fino al 2006 quando sono state riportate alla fruizione nella chiesa di Sant’Agostino, sede decentrata del Museo dell’Opera del Duomo inserita nel quartiere medievale per allargare il circuito turistico ed un punto di interesse culturale collegato con il Duomo. 

Il meraviglioso complesso scultoreo costituisce un unicum: le 12 Statue gli Apostoli e il gruppo dell’Annunciazione, opera di Francesco Mochi, uno dei maggiori rappresentanti del Barocco italiano che nulla ha da invidiare a Bernini.
La presenza dei 12 apostoli richiama l’Ecumenismo. La prospettiva della navata centrale converge su l’Annunciata e l’Annunciante. Il rapporto tra la giovane donna, non è seduta in preghiera ma che si alza dalla sedia sorpresa da un angelo in volo, non stante, coglie questo momento di straordinaria emotività. Sorpresa dall’arrivo di colui che le sta annunciando, appare smarrita.  

La storia di questo complesso indica tappe fondamentali di riflessione sulla storia del restauro. Le vicende di questo ciclo sono infatti legate alle diverse interpretazioni del restauro. Quello che oggi si va a concretizzate è perciò un ritorno che è integrazione, colma una lacuna. Il Duomo, unica opera d’arte, si trovò sottratto dal complesso scultoreo, oggi invece si riconduce all’unità l’edificio e sua decorazione scultorea. Ogni opera ha in sé un percorso. Non si può interrompere il flusso della storia. Del Duomo di Orvieto dobbiamo difendere tutti i momenti storici. L’operazione di sottrazione delle statue e ricondurre la navata alla fisionomia medievale venne considerata arbitraria perché negava la storia del momento.

Da: 25 marzo MMXIX l’Annunciazione, il ritorno nel Duomo di Orvieto
Rientro delle statue in Duomo, omaggio alla bellezza
www.opsm.it
Opuscolo pubblicamente distribuito in Duomo il 29/03/2019

Duomo di Orvieto, Annunciazione di F. Mochi, XVI sec.
Galleria fotografica – Il reintegro dell’Annunciazione in Duomo
 
Galleria fotografica – Archivio storico
 

Il complesso decorativo delle sculture del Duomo di Orvieto
 
Testo a cura di Archivio e Museo dell’Opera del Duomo di Orvieto
Tratto da:
25 marzo MMXIX l’Annunciazione
il ritorno nel Duomo di Orvieto

Opuscolo pubblicamente distribuito in Duomo il 29/03/2019
Tra XVI e XVII secolo il cantiere del duomo vive una fase di intensa attività artistica che riflette il rinnovamento che investe la Chiesa cattolica e, conseguentemente, il sistema di comunicazione della tematica sacra, in questa fase storica definita di Controriforma. Con il trasferimento dalla navata alla tribuna del coro ligneo trecentesco prende avvio la riqualificazione di questa zona centrale. La realizzazione dei due altari marmorei nel transetto (1514-1554) conduce nel cantiere orvietano le novità dello stile narrativo della Santa Casa di Loreto insieme ai suoi artefici, Simone Mosca, con il figlio Francesco, detto il Moschino, e Raffaello Sinibaldi da Montelupo. Presso di loro si formerà l’orvietano Ippolito Scalza (1532-1617) “principale scultore, architetto e capomaestro della bottega del duomo”. Si devono a questi artisti, a partire dalla metà dello stesso secolo, le prime sculture “moderne” all’interno della Cattedrale: Cristo Risorto (1552); Pietà (1578-79); i santi protettori della città S. Sebastiano (1554-1557), S. Rocco (1593), S. Costanzo (1598) e S. Brizio (1601). E’ nello stesso momento che vengono scolpite le prime due statue monumentali degli Apostoli Pietro (post 1557) e Paolo (1556) per essere poste in corrispondenza della prima coppia di pilastri della navata centrale. La realizzazione del S. Tommaso, che verrà collocata in duomo nel 1587 “in piede alla colonna terzo a man dritta verso l’altare grande”, accompagnata da grandi festeggiamenti, segna un momento di svolta che orienta verso l’Apostolato il programma iconografico fino ad allora attestato sulla coppia autonoma dei santi Pietro e Paolo.
Negli stessi anni era stato ultimato il programma decorativo per le cappelle laterali, volto a delineare la facies moderna e “riformata” dell’antica cattedrale in un contesto narrativo omogeneo composto da affreschi, dipinti e stucchi, prodotto dai più grandi artisti del momento. Ben più lungo ed impegnativo il progetto delle statue monumentali per la navata centrale. La teoria degli Apostoli prende forma grdualmente ma senza soluzione di continuità: sarà completata nel 1722.
San Giovanni e Sant’Andrea di Ippolito Scalza, San Giacomo Maggiore di Giovan Battista Caccini e San Matteo, scolpita su modello del Giambologna dal collaboratore Pietro Francavilla, S. Filippo e San Taddeo, eseguiti da Francesco Mochi, San Bartolomeo, da Ippolito Buzi, San Giacomo Minore e San Simone da Bernardino Cametti.
Questa grande impresa, condotta parallelamente e in autonomia rispetto a quella pittorica, celebra ed insieme testimonia una devozione profondamente radicata nella comunità orvietana e sostenuta nei secoli dall’Opera del Duomo: il culto dei Santi Apostoli, cui sono dedicate molte chiese cittadine, e quello della Pentecoste, origine della missione apostolica, che ebbe a Orvieto una tradizione originale di rituali solenni che in parte perdura ancora oggi nella festività della “Palombella”.
Il quadro complessivo delle importanti presenza artistiche cui si è accennato riesce forse a restituire il senso dell’entità eccezionale di questa iniziativa e dell’impegno culturale ed economico che richiese. Il cantiere, continuativamente attivo per oltre un secolo e mezzo, si rivelò laboratorio sperimentale di una formula compositiva nuova ed originale, basata sulla centralità della figura umana e sulle sue potenzialità espressive e suggestive, che applicava e sviluppava le indicazioni dei decreti tridentini sulla visibilità del sacro e stabiliva il nesso sostanziale tra i termini Arte e Controriforma.
Con Francesco Mochi, all’inizio del XVII secolo, la fabbrica orvietana si apre a un ulteriore rinnovamento. Il gruppo dell’Annunciazione, commissionato all’artista prima delle due statue degli Apostoli San Filippo e San Taddeo, era destinato al presbiterio secondo uno schema che fin dal XIV secolo prevedeva la presenza di questo tema iconografico all’interno del coro: nell’interpretazione del Mochi esso divenne un’opera straordinaria che rivalutava i più alti modelli manieristi nel contatto con il naturalismo di matrice caravaggesca e pre-barocca.
In seguito agli interventi di restauro radicale condotti nella seconda metà dell’Ottocento, gran parte di questa compagine decorativa è stata distrutta: soltanto le pale d’altare e il complesso scultoreo degli Apostoli e dell’Annunciazione sono stati conservati nelle collezioni del Museo dell’Opera.
Il ritorno nel Duomo di Orvieto di queste splendide sculture rappresenta senza dubbio un evento epocale nella storia del restauro e una straordinaria restituzione.